• Artista dall’attualissima e per certi versi anche audace visione del mondo. I suoi dipinti riflettono una visione del mondo articolata e profonda, ricca di fini risvolti simbolici.  Importante tra le ulteriori prospettive artistiche presenti nella sua produzione sono la sua visione sia dell’uomo attuale la cui crisi di valori identitari essa esprime nelle sue tele raffigurando un uomo non più sicuro di sé come un tempo, sia della donna attuale che acquisisce anch’essa nell’opera della Savini  tratti psicologici non più totalmente in linea con il suo passato tradizionale.  R. Mascialino

  • Daniela Savini è capace di mettere in campo nelle sue opere tutte queste domande ponendo l’uomo nudo di fronte a se stesso e al suo difficile percorso di vita. E’ una giovane testimone del suo tempo, un’età in cui sono poche le certezze, molti gli interrogativi e rare le risposte.   R. Fiorini

  • Incisione. Dedicata e appassionata ad argomenti e settori così importanti, preziosi. In un tempo così dinamico che tutto consuma e divora, il tuo occhio attento consegna, e custodisce, la memoria di luoghi e di simboli, di un altrove che sembra diventare lontano, e di cui ne sigilli invece il valore e la ragione del sempre. D. Giaco
  • Il tuo lavoro ha una contemporaneità che richiama non visioni storiche o analisi critiche, ma una lettura neuroscientifica con neuroni specchio dalla velocità di approccio superiore ai tempi di una estetica tradizionale. I lavori interessanti che ho visto non hanno rilevanza storica, non seguono una logica deduttiva, ma hanno un carattere fenomenico mediato dalla coscienza. É tutta un'altra storia!  Nerio Rosa
  • Savini, che è pittrice per eccellenza della più grande crisi d’identità che abbia mai afflitto i due sessi come nell’epoca attuale; tratteggia la sua visione di un mondo che riflette la crisi dell’uomo e della donna, non più in sintonia con i valori della tradizione e nel contempo non completamente sicuri dei nuovi valori che li vedono cambiati, ma ancora non in possesso della loro nuova identità come questa si prospetta nel giungere dei tempi nuovi.  R. Mascialino

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Il pane della vita: il pane si sa è alimento base dell'alimentazione e del sostentamento, ma qui diventa
metafora dell'esistenza, cosa è veramente importante e fondamentale? cosa può mitigare il tormento
alleviare la dicotomia corpo coscienza, le contraddizioni dell'esistenza umana? gli affetti! la realizzazione
di sé e capire la profonda natura di sé! o lasciarsi andare al flusso quotidiano del sistema?

"Non vi è un contesto né una ambientazione definita, non c’è uno spazio misurabile a fare da contenitore alle presenze – corpi, oggetti, simboli – ma sono queste a costruire da sé una spazialità, a definire i piani della visione, a condurre la lettura nelle opere grafiche di Daniela Savini. Le incisioni che la giovane artista presenta in occasione di questa mostra raccontano la personale evoluzione sentimentale e tecnica, il confronto con una lingua di forme, di segni, di toni, che matura prova su prova, piegata dall’indagine e modellata sulla ricerca, sulla propria via di impressioni e contenuti, di estetiche e di messaggi. È questa presenza di corpi, tradotta in forma di gesti, di sguardi, di posture, a condensare il nodo degli interrogativi dell’artista. Sono questioni intime, sono profondi dibattiti interiori a manifestarsi nei personaggi delle opere di Savini, resi con un delicato uso della tecnica della puntasecca, la maniera grafica preferita dall’artista e in grado di rendere un modellato morbido e vellutato, di minimi trapassi chiaroscurali.
La delicatezza della puntasecca e la sua trama vellutata sono però giocate in contrasto sia col nitore del foglio che emerge a risparmio, talvolta appena velato dall’inchiostro, sia con
l’impattante presenza di neri sordi e profondi che fanno da contorno alle figure umane e agli oggetti. Questi scontri, oltre a indirizzare la nostra visione e a ritmare il peso ottico dell’intera scena, sembrano aumentare il tono di solitudine dei protagonisti delle puntesecche di Savini, il sentore di non concluso, di turbato che emerge dalle loro tensioni, dalle loro posture, dalla loro prepotente centralità. Non solo la dialettica di toni e di differenti texture di impressione, dovute alle differenti tecniche grafiche utilizzate, anche la calcolata gestione della composizione dell’immagine con inquadrature fotografiche, riprese di scorcio, tagli e troncamenti (come in Insieme o in Omaggio a F. Woodman), concorre all’interpretazione delle opere e ai sentimenti che queste sollecitano.

Alla luce che investe le figure, siano esse corpi di giovani, ma pure semplici ortaggi, pesci o altri alimenti come in Acqua e in Insieme II, spetta il ruolo primario nella strutturazione delle immagini, quasi tutte affidate alla gamma dal bianco ai grigi al nero e concentrate sulla solitudine di protagonisti senza tempo né spazio. La luce scorre così dai minuti dettagli, dalle carnosità di una foglia al calore di un tessuto sino alle grinze della pelle, da una parte definendo l’immanenza fisica, la presenza oggettiva, la realtà dell’essere cosa, dell’essere uomo, dall’altra sfumando, ammorbidendo, sfocando. Quasi allontanando quel senso di concretezza, di assoluto realismo che la padronanza del disegno e la sicurezza dei segni avevano invece realizzato. Forse anche invitando ad andare oltre alla realistica apparenza delle cose, alla sensibile pregnanza dell’essere, per intendere questa apparenza, semmai, come manifestazione o estroversione di una realtà più profonda.
Questo duplice effetto del valore luministico asseconda la ricerca e la poetica dell’artista, già delineata nella scelta di concentrare la propria espressione, la propria necessità comunicativa su singoli soggetti, eliminando dal piano limite della matrice e della conseguente stampa, ogni contesto spazio-temporale e ogni aggancio narrativo. Come la luce quindi costruisce le forme su cui l’immaginazione della Savini proietta i propri interrogativi, così l’opacità dei fondi concorre ad amplificare quel senso di non definito, di non risolto, di non strutturato che, come sentimento comune e sotterraneo, pervade l’ultima produzione grafica, e anche pittorica, dell’artista.
Sono spesso fondi opachi, privi di storicità e di direzioni, ambigui eppure altamente significanti, sia dal punto di vista visivo sia dal punto di vista concettuale. Visivamente contribuiscono a bilanciare il peso ottico dei soggetti fornendo loro una sorta di chiusura, di cornice o di strana spazialità; dirigono il nostro sguardo e amplificano l’isolamento dei corpi e delle forme; creano contrasti fra zone chiare rispetto altre molto buie; sono densi ed impattanti. Ma a leggerne il senso sembrano amplificare il tono di sospensione dell’immagine, sembrano in qualche modo proseguire quell’impressione di turbamento vissuto dai soggetti, personificato nei soggetti; come nelle tavole di Intimità e Tensione, dove l’intervento del fondo nero fa da quinta alla solitudine dei personaggi.
Sono fondi e al contempo parte dei soggetti, sono quasi prosecuzione dei soggetti, pienamente partecipi essi stessi.
Le puntesecche raccolte per la mostra rendono in immagine il percorso esistenziale della Savini, affrontando tematiche legate sia all’individualità sia al rapporto con gli altri, concentrandosi sul singolo e sulla sua dimensione emotiva e sociale. I titoli delle opere, pure, contribuiscono nella loro sinteticità a richiamare la dimensione umorale ed emozionale più profonda, insistendo su termini che richiamano la sfera dell’individuo, la ricerca di una identità personale che vada al di là della sola manifestazione corporea. Nonostante non manchino opere dove il messaggio è condensato in un oggetto semplice e domestico, che si fa metafora, come possono essere ortaggi, il pane, i pesci, la ricerca grafica di Daniela Savini risolve nella sfera dell’umanità tutti i contenuti, gli interrogativi e le immaginazioni che la strutturano e la dirigono. Anche sul piano della
manipolazione artistica, perché alle tecniche di incisione Savini affianca, nella medesima direzione e con gli stessi sentimenti, l’attività in campo pittorico, vivendo i due media artistici come paralleli binari del proprio percorso tecnico ed estetico.
Nella ricerca espressiva della giovane artista centrale è dunque l’indagine su di sé, in prima battuta, ma anche l’indagine sul senso dell’essere odierno, sulle relazioni sociali e affettive, per cui i protagonisti delle meditazioni figurative di Daniela potrebbero valere non solo come proiezioni del suo sentimento della vita, del suo riflettere, della sua crescita, bensì come situazioni che l’artista propone allo spettatore, come ipotesi o interrogativi. Non sono da intendere, queste immagini, come risposte trovate dall’artista; non sono soluzioni o punti di arrivo; sono semmai il durante, la raffigurazione di un momento, qualcosa di più, direi, di una domanda o di una proposizione. Sono già interpretazione di una domanda, sono già costruzione di una risposta, sono già evoluzione e risemantizzazione dei turbamenti da cui era nata la domanda stessa. Eppure, nel momento in cui le guardiamo, queste stesse opere ci impongono un arresto: ognuna di esse riscuote delle sensazioni, ci turba con la sua potenza iconica, con la centralità figurativa di cui si diceva. Il corpo raffigurato si fa veicolo di tensioni, si fa simbolo e proiezione di una coscienza riflettente, oltrepassando la dimensione della concretezza e della bellezza terrena. Ognuna di
queste opere sembra riformulare la domanda da cui Daniela era partita, la ripropone perché il percorso continui nella nostra personale lettura dell’umanità." (Marzo 2018, Federica Vettori)


"Molte meraviglie sono al mondo, nessuna meraviglia è pari all'uomo"
(Sofocle, Antigone, primo stasimo)

L'uomo, essere di perfezione. Armonioso, simmetrico, così equilibrato nella sua dinamica corporea, ha nell'essere psichico una sua vulnerabilità. Il vulnus infatti è un difetto della perfezione. Se l'uomo è per Protagora misura di tutte le cose, per Sofocle è il déinon: mirabile, portentoso, stupendo, prodigioso, ingegnoso, ma anche terribile, misterioso, tremendo. Quasi un daimon, sorta di angelo incompiuto, diviso tra lo spirito e la materia.
"Il daimon può far ammalare il corpo. E' incapace di adattarsi al tempo, nel flusso della vita trova errori, salti, nodi. Ed è lì che preferisce stare. (James Illman, "Il codice dell'anima").
Chi sono? Che senso ha questa mia esistenza? Qual è la mia direzione?
Sono questi gli interrogativi che danno origine al dramma esistenziale umano. Dal momento che l'uomo non solo sa, ma sa di sapere, e con il sapere, perdendo la sua immediatezza, perviene a una dimensione simbolica e culturale che lo apre al dubbio, alla ricerca. Un logorio della mente, in una condizione di perenne inquietudine, fino all'angoscia. Pur avendo il dono della vita, è un essere che si sente annichilito dalla vita stessa, soprattutto nel mondo occidentale, dove la tendenza a tracciare schemi, cercare simboli, trovare ad ogni costo un senso, genera una costante tensione alla chiarezza, al ragionamento, alla definizione di ogni cosa, che rivela infine un atteggiamento teso a distinguere piuttosto che ad unire.
"Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt - Queste sono le lacrime delle cose e la mortalità ci taglia fino al cuore" (Virgilio, primo libro dell'Eneide)
E' la consapevolezza della caducità che accompagna l'intera storia dell'uomo. Così straziante oggi, in un mondo contemporaneo in cambiamento e in trasformazione.

E immersa nel suo tempo è Daniela Savini, artista colta e sensibile, attenta all'uomo e alle tematiche che lo circondano. Lontana da qualsivoglia giudizio, è testimone-voce di un disagio esistenziale inesprimibile, perché troppo profondo e oscuro. Il suo processo creativo non è drammatico, è poetico, di grande delicatezza e attenzione. Sebbene tracci e racconti il dolore con le sue agonie, le nevrosi, i tormenti. Non ne fa denuncia, ne prende atto, lo osserva, con compassione. Perché il dolore esistenziale non è mai urlato. E' intimo, privato, muto. Si chiede: "cosa dice il corpo che la parola non dice?". Perché il corpo è la via di transito dell'inespresso. Le figure, che spesso si delineano in penombra, mostrano nella nudità dei corpi il tentativo di liberarsi dei travestimenti imposti dalla società. Savini apre stanze, con mano invisibile, si accosta e accarezza le loro vite. Quasi amore. Tenerezza. Sa che esiste anche una bellezza interiore, nascosta, soffocata dal caos esterno, inquinata dalle voci fuori e dentro quei corpi. Corpi che si aprono, nell'intenzione di manifestarsi, o si chiudono, come in un gesto di protezione, di, a loro volta, tenerezza, pudore. Espansioni e contrazioni. Un movimento che è ritmo, modulazione. Elettrocardiogramma. Quasi respiro. Se provi a stare in silenzio, puoi sentire i battiti, di quei cuori. Suggestioni generate da un chiaro richiamo dell'artista al realismo figurativo, che ci porta istintivamente a immaginare una sacralità iconografica. Figure come martiri, come santi. La stessa arte incisoria, del resto, già reca in sé l'agire della sacralità rituale. Ma la rappresentazione figurativa, che ha in sé una finalità liturgica - non necessariamente sacra - volta solitamente a costruire l'integrità, qui, mediante il ricorso di Savini alla dissolvenza, rivela, al contrario, che l'uomo è dilaniato, e che la realtà sfugge, è a pezzi. Una labilità che rappresenta la natura effimera dell'istante. L'uomo avverte la precarietà di un'unità che tende a disgregarsi nella più grande solitudine interiore. La definizione dei corpi che improvvisamente frantuma, dissolve, è come una improvvisa linea spezzata. Una disarmonia che funge da richiamo. Un invito. Guardami! Lo spettatore è coinvolto, e il corpo che dissolve tra l'essere e il non essere diventa meditazione sulla vita. Savini attraverso la sua arte induce a riflettere, a specchiarsi in quelle figure, in una ipotetica relazione di immedesimazione. Auspica una umanità consapevole di sé, della propria condizione di dolore, sì, ma che possa trovare nella relazione con l'altro e l'oltre sé, il coraggio e l' audacia della speranza. Secondo una visione vicina al pensiero di Helmuth Plessner e alle teorie dell'antropologia filosofica contemporanea, vede l'uomo riconciliato della sua doppia natura fisica e psichica e in cerca di sé, attraverso una nuova visione che deriva dal collocarsi in posizione eccentrica, distante da sé, coscienza e divenire, tra le cose del mondo. Una modalità di essere che impone di prendere in mano la propria vita, di progettare un futuro, di aprirsi a delle possibilità. Per Daniela Savini, la possibilità sono i legami. Perché l'uomo esiste veramente solo nelle relazioni e conoscersi è ri-conoscersi, trovarsi. Un processo evolutivo continuo e sofferto, in costante precarietà, tra alienazione e interazione, identificazione e differenziazione, soggettività e oggettività che in qualche modo anela a un punto fermo.

"Il dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi." (Eraclito)

Quello che Savini propone è un ritorno al gesto semplice, consueto, sincero. A un corpo accettato, possibilmente amato, capace di accogliere e di essere accolto, e lontano da quella percezione distorta che il mondo contemporaneo offre come modello, privato della sacralità di un tempo, reso oggetto di frustrazione, proiezione di disagio sociale e cumulo di nevrosi. Una nuova nascita. Ri-nascita. Una visione autentica della vita, in un "luogo", reale o figurato, dove avere tempo in assenza di tempo. Dove coltivare memoria. Per Savini, quel luogo è il vissuto dell'infanzia in terra d' Abruzzo. Terra di avi. Austera e antica, e dove il gesto e la parola erano percorsi sapienti, utili, necessari, concreti. Veri.

"Sii affamato, prendi il pane, ritorna a casa, predica, guarisci gli altri, cura te stesso" (Monito di San Sava, da "L'ultimo pranzo", di Miodrag Pavlovic)

Quasi una "religione del pane". Perchè il pane è gesto semplice, primo. "Il Pane della Vita", è infatti il titolo che l'artista sceglie per la sua mostra, non a caso. E' la parola "pane", così antica e carica di simbologia, che reca in sé il significato di essenziale, di necessario, di semplice, quantunque il dono della sua fragranza richieda un processo lungo, faticoso, di sapienza tramandata, di cura. Il pane è veramente il simbolo della trasformazione. Il pane è la vita, e la vita è quel pane da mangiare. L'uomo è quel pane.  (Domenica Giaco)

Il pane
Il pane
Caducità
Caducità
Senza titolo
Senza titolo
Tensione
Tensione
Insieme
Insieme
Senza titolo (2)
Senza titolo (2)
Intimità
Intimità
Intimità
Intimità
Sospesi
Sospesi
Vita
Vita
omaggio a Francesca Woodman
omaggio a Francesca Woodman
Il filo del destino
Il filo del destino
Pesci
Pesci
Insieme
Insieme
Tormento
Tormento
Il bacio
Il bacio
Louise Bourgeois
Louise Bourgeois
Tensione (2)
Tensione (2)
Il bibliotecario
Il bibliotecario
trasfigurazione
trasfigurazione
 
 
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